16/06/2026

Il palco più importante della mia carriera

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Linus, conduttore radiofonico

Per chi lo conosce dalla radio, dalla televisione, dalle maratone corse con il cronometro al polso, Linus è prima di tutto una voce capace di mettere a proprio agio chiunque. Eppure, quando si parla della serata del 15 giugno al Teatro Regio di Torino, la festa per i quarant’anni della Fondazione, quella voce si fa più lenta, più attenta.

Come se ogni parola dovesse pesare il giusto. “Non è stato un concerto qualunque”, avverte subito. “Quando ti chiedono di costruire una serata per una realtà che da quarant’anni combatte il cancro, non puoi limitarti a mettere in fila dei numeri musicali. Devi raccontare una storia”. Lo abbiamo incontrato poco dopo l’evento per farci raccontare cosa ha significato per lui salire su quel palco.

Come è nato il legame con la Fondazione Candiolo

Come è nato il tuo rapporto con la Fondazione Candiolo e cosa ti ha spinto ad accettare il ruolo di direttore artistico?

Il legame è nato in modo molto semplice: mi hanno raccontato cosa fanno, e io ho detto sì. Poi sono andato a Candiolo. Quando cammini per quei corridoi, vedi i laboratori, incroci lo sguardo dei ricercatori, capisci che non è un’istituzione astratta.

È un luogo dove le persone guariscono davvero, dove ogni giorno qualcuno lavora per togliere terreno alla malattia. In cinquant’anni, quest’anno, di carriera ho ricevuto tante proposte, ma questa aveva un peso diverso. Non si trattava di prestare la faccia a una causa: si trattava di entrarci dentro. Dire di no era semplicemente impossibile.

Un anniversario, una storia collettiva

Quarant’anni di ricerca e cura oncologica sono un traguardo importante. Cosa ha rappresentato per te questo anniversario?

Significa che migliaia di famiglie hanno avuto un’opportunità in più. Quarant’anni sono una vita intera, e in quella vita si sono accumulate competenze, scoperte, storie di guarigione che altrimenti non sarebbero esistite. Penso ai medici che hanno dedicato l’intera carriera a questo progetto, ai donatori che ci hanno creduto prima ancora di vedere i risultati, ai pazienti che sono tornati a casa. Celebrare questo anniversario non è stata retorica: è stato un atto di gratitudine collettiva verso chi ha reso possibile tutto questo.

La costruzione della serata: ritmo e filo conduttore

Che tipo di spettacolo hai immaginato e qual era il filo conduttore che ha tenuto insieme la scaletta?

Volevo una serata che avesse il ritmo di un racconto, non di un varietà. Si partiva dal ricordo, si attraversava l’emozione, si arrivava alla speranza. La musica legava tutto, ma ci sono stati anche momenti di parola, di silenzio, di testimonianza. Il Teatro Regio è un luogo maestoso, e io volevo che il pubblico si sentisse parte di qualcosa di grande, non semplice spettatore, ma protagonista di una storia comune. Ogni brano è stato scelto con un motivo preciso: c’era un filo che collegava la prima nota all’ultimo applauso, e quel filo era la vita.

Leggerezza e serietà: la sfida più delicata

In una serata che celebrava la ricerca sul cancro, come si è tenuta insieme la leggerezza dello spettacolo con la serietà del tema?

È stata la sfida più delicata. Non potevi trasformare la serata in un momento troppo cupo, perché la ricerca è anche gioia, conquista, futuro. Ma non potevi nemmeno essere frivolo, perché dietro ogni risultato scientifico c’è la sofferenza di qualcuno che ha lottato. Il segreto, credo, è stata l’autenticità: quando le emozioni sono vere, il tono si trova da solo. Ho cercato artisti che capissero questo equilibrio, persone capaci di stare su un palco con generosità, senza nascondersi dietro la performance.

Quando la cultura avvicina le persone alla ricerca

Tu vieni da decenni di radio e di musica. Quanto ha fatto la cultura per avvicinare le persone a una causa come la ricerca oncologica, quella sera?

Ha fatto moltissimo, molto più di quanto immaginiamo. Una canzone ti entra dentro in un modo emotivo. Il palco ha creato una comunità temporanea: per due ore, mille persone hanno respirato insieme, riso insieme, si sono commosse insieme. E in quelle due ore siamo riusciti a far capire perché la ricerca ha bisogno del contributo di tutti noi. Questo ha fatto più di qualsiasi campagna pubblicitaria. Io vengo dal mondo della radio, dove impari che le parole contano solo se arrivano. Ecco, quella serata è arrivata al cuore.

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