04/03/2026

Elisabetta Fenocchio: oncologa a Candiolo tra ricerca, cura ed empatia

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Il futuro è una parola molto difficile da usare con i pazienti, ma è anche la loro richiesta e il mio obiettivo. Ci sono momenti in cui il futuro è qualcosa di molto prossimo e dobbiamo concentrarci su un percorso, magari molto difficile. È una sorta di maratona: dobbiamo affrontarla passo dopo passo, tutti insieme, senza guardare la fine, ma procedendo un passo alla volta.

Ho sempre saputo di voler fare il medico, perché ho avuto la fortuna di avere un padre medico che ho seguito fin da quando sono nata, seguendo il suo esempio. C’è stato poi un momento personale in cui ho perso una persona a me molto cara, mia nonna, e questo è stato il primo impulso che ha fatto sì che da quel momento in poi indirizzassi tutta la mia attenzione sull’oncologia.

Ho cercato sin da subito di raccontare a mia figlia che lavoro faccio. Lei sa che curo le persone quando si fanno male, e così ogni volta che succede qualcosa in casa dice: “Dobbiamo prendere le medicine e darle a mamma, perché mamma fa il dottore”.

Le mie figlie sono ancora molto piccole — una ha quasi 2 anni e l’altra poco più di due mesi. La mia grande ha la mia stessa vivacità: dopo un minuto di disegno mi lancia il pennarello. Allora prendiamo le scarpe, usciamo in giardino, bagniamo le piante e seguiamo le orme degli animaletti passati nella notte.

Candiolo per me ha sempre fatto la differenza. È il posto in cui ho scelto di formarmi come oncologa e poi di rimanere e crescere, perché è un istituto che riesce a unire i due aspetti fondamentali della cura oncologica: la ricerca e la cura.

La ricerca si sviluppa sia in laboratorio — dove nascono le idee per i farmaci innovativi di domani — sia nella sperimentazione clinica, che ci permette di offrire ai pazienti terapie non ancora in commercio ma che rappresentano il futuro dell’oncologia.

Un approccio multidisciplinare e integrato

Candiolo ci dà la possibilità di seguire percorsi terapeutici completi: dalla somministrazione dei farmaci alla diagnostica, dalla chirurgia all’anatomia patologica. Tutto avviene all’interno dello stesso istituto, con le diverse professionalità che si interfacciano in tempo reale.

Quello che si impara facendo l’oncologo è che è fondamentale essere empatici. L’empatia è qualcosa che dobbiamo usare a nostro favore, per provare a metterci nei panni del paziente e del familiare che abbiamo davanti.

Quando mi chiedono che lavoro faccio e rispondo “l’oncologa”, spesso l’interlocutore assume un’espressione triste. In realtà io rispondo sempre che è un lavoro che dà molta felicità, perché abbiamo sempre più vittorie che sconfitte. Questa è la prima grande soddisfazione che un medico oncologo può trarre dal proprio lavoro.

C’è naturalmente un aspetto molto importante legato al rapporto con la morte, che fa parte del lavoro quotidiano. Ma è qualcosa che cerco di usare in positivo: il mio lavoro mi dà una visione privilegiata sull’importanza del tempo che abbiamo a disposizione e sulla qualità di quel tempo, che non dovremmo mai sprecare.

La speranza è fondamentale, per il medico e per il paziente. Per il paziente è una fiammella che lasciamo sempre accesa, perché gli permette di mantenere lo slancio necessario per affrontare le cure. Per il medico è una speranza nutrita dalla ricerca e dall’innovazione scientifica, che nell’oncologia ha davvero fatto grandi passi avanti.